Parole nel Far Web.

Quello che dobbiamo fare.

Ogni porta presuppone almeno due ingressi. Entrare e uscire sono le coordinate principali e intercambiabili di questa situazione. Entrare in questo spazio digitale ad esempio, osservarlo, ispezionarlo, scoprirne l’habitat ovvero uscire da un altro. Entrare ed uscire delineano così due coordinate dello stare, ovvero un aspetto del movimento. E il movimento una continua metamorfosi nella durata. Le coordinate si confondono. Ogni singolarità digitale e quindi anche tu che leggi, si muove in questo spazio. Entrare, uscire, stare. Lo stare ha la particolarità di frequentare due o più luoghi nel medesimo istante (ubiquità, esso è caratterizzato dal trovarsi ovunque e in nessun luogo); non dobbiamo dunque pensare lo stare come una condizione di stabilità ma come movimento in equilibrio sul filo del durare. Scegliere dove spostare il peso del proprio corpo ovvero acconsentire ad un pensiero o ad un altro; indugiarvi o partire è la condizione. Questo spazio digitale è una porta, la singolarità è una porta, la scrittura è una porta: ingressi possibili dello stare. Sto provocando con questo linguaggio, una forzatura nella linea di pensiero (tanto la mia quanto la tua ora che penso in te), cerco di deformare le usuali vie di pensiero per scoprire cosa c’è più in là. Come è evidente quello che sto facendo è scrivere o, sostanzializzando, usare la scrittura. Tramite ciò costruisco una porta, faccio confluire qui immagini e suggestioni, invoco desideri e convoco possibilità. La difficoltà di lettura è parte di questo particolare modo d’uso: uno scrivere minore. Leggere è anzitutto uscire, forzarsi ai pensieri dell’altro o lasciarsi penetrare dall’altro rinunciando al controllo sulla scelta delle parole che risuonano in me, ma certo anche entrare in questo ambiente linguistico nuovo; quando ci troviamo nella situazione di muoverci in un linguaggio che conosciamo bene non facciamo fatica e ci troviamo in una scrittura maggiore. Lo scrivere (suoni, immagini, parole, segni) presuppone un entrare e costituire un ambiente uscendo da sé, uscire allo scoperto e doversi orientare. Quando ci troviamo in questo ambiente ci troviamo in una scrittura minore e ciò che cerchiamo uno scrivere minore.
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Potere, prassi e virtù politiche

DIGITAL IMAGE

Sono diverse le forme di potere dell’uomo sull’uomo, il potere politico è solo una di queste.

Tale potere viene esercitato nell’interesse di chi governa e di chi è governato.

Il suo fondamento è il consenso.

Esiste grazie al possesso dei mezzi attraverso cui si esercita la forza fisica che è l’unico legittimato a usare e di cui ha il monopolio.

Tende a ripetere le proprie strutture e impedirne la disgregazione.

Si sviluppa avendo di fianco il potere economico che si avvale del possesso dei beni e organizza le forze produttive (medium del denaro, dei mezzi e del trasporto) e il potere ideologico che si avvale dell’influenza delle idee e organizza il consenso (medium della comunicazione, dell’informazione e della formazione).

I fini della politica sono quelli perseguiti da un determinato gruppo sociale.

Il fine minimo del potere politico è l’ordine pubblico (interno ed esterno).

Nella sua forma degenerata il potere non ha altro fine che il potere medesimo.

Aggrega e difende gli amici, disgrega e combatte i nemici; perciò deve gestire il conflitto.

In questa concezione ci troviamo di fronte ad un soggetto attivo e a uno sostanzialmente passivo.

I media e la politica formano la narrazione mondiale sull’andamento dei processi, dei conflitti, degli scenari; globale/locale, governo/partecipazione.

Il politico e il sociale, il pubblico e il privato, il Bene Comune e lo Stato: cosa è politico? Come stabilire confini e misure? Assistiamo all’assorbimento del politico nel sociale? Nel mercato? Nello Stato? Nella tecnica?

Idee per la prassi politica a venire:

1 – Dal leader per acclamazione alla leadership condivisa: ripensare l’azione e la rappresentanza politica;

2 – Chiedere e lavorare in favore di una legge italiana ed europea per il confronto pubblico che permetta di dar voce a obiettivi, caratteristiche e opportunità di un’opera pubblica almeno a livello consultivo;

Alcuni strumenti adatti a dialogare, deliberare e sviluppare le virtù politiche:

La Giuria dei Cittadini

Esprime orientamenti e raccomandazioni intorno a una questione di pubblico interesse e perciò non deve essere unanime; un esperienza simile è la conferenza di consenso usata dal governo in Danimarca.                                                                                    

Il Sondaggio Deliberativo

Misura il cambiamento di opinione dei cittadini attraverso un questionario e incontri periodici a tema.                                                                         

Town meeting e Eletronic Town Meeting

Favorisce l’incontro di grandi gruppi e la discussione, riduce i tempi del sondaggio e favorisce la deliberazione.                                                                       

L’Open Space Technology

E’ un modo informale, divertente e costruttivo di confrontarsi per creare le basi di un lavoro in comune.                                                                                                   

Il Consensus Building

Media i conflitti in vista di scelte condivise.                                                

Il Dibattito Pubblico

E’ un percorso di informazione, discussione e confronto su un’opera di interesse nazionale con l’obiettivo di sviluppare e arricchire un dibattito senza obbligo di accettare il responso.                                                                                                                           

Il Bilancio Partecipato

Consistente nell’assegnare una quota di bilancio dell’Ente locale alla gestione diretta dei cittadini.

3– Accompagnare il diritto di parola con il diritto di ascolto in termini di politiche pubbliche: istituire a fianco del Parlamento un Auditorium.

 

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Margherita Hack. Vita attiva, vita contemplativa

Attivo, contemplativo

 

Il testo del mio intervento a Cascina Linterno (Milano) in occasione dell’evento “Agosto con il naso all’insù” il 10 Agosto 2013 dedicato a Margherita Hack e alla notte delle stelle cadenti.

Filosofia, scienza e astronomia tra contemplazione e vita attiva. Cosa hanno in comune Talete e Margherita Hack?

Lo leggi qui.

La liberazione dall’ombra

Luna

Il testo del mio intervento a Cascina Linterno (Milano) in occasione dell’evento “Aprile con il naso all’insù” il 25 Aprile 2013.

Filosofia, cosmologia, astronomia, etica, anima…

Lo trovi qui.

Politica e partecipazione

Dao

Siamo disposti a continuare a subire decisioni che vengono prese senza coinvolgerci, a rinunciare a costruire un futuro per noi e per i nostri figli?

Con questa domanda inizia il libro Cosa fare Come fare di Iolanda Romano, architetto, dottore di ricerca in politiche pubbliche del territorio e fondatrice di Avventura Urbana, una società che unisce un gruppo di esperti di diverse discipline al fine di costruire una progettazione partecipata per le politiche pubbliche.

Il testo della Romano, oltre a presentare lo stato dell’arte della democrazia partecipativa in Italia, funziona da sprone per la politica italiana, dimidiata e disorientata tra centrismi finanziari e giustizieri estremi con o senza patria. La Romano reputa in particolare che sia la Sinistra, insieme ai comitati di cittadini e ai media, a poter rappresentare l’anello di congiunzione tra politica e società civile, mostrando così quanto si possa fare per aumentare il livello della democrazia italiana. Se i valori su cui essa fonda le proprie radici sono la partecipazione seria, informata ed efficace dei cittadini alla politica pubblica, allora la scelta dei metodi sperimentati dalla democrazia deliberativa potrebbe effettivamente esprime la nuova strada da battere tanto a livello locale quanto a livello nazionale. Potrebbe essere questo il modo in cui presentare finalmente un programma politico davvero di Sinistra? Potrebbe essere questo un modo per mostrare autentiche differenze di visione tra progressisti e conservatori in Italia?

Tuttavia potremmo porre, rispetto all’idea della Romano, una questione ancor più radicale: dovrebbe essere questo un campo di divisione tra fazioni o potrebbe rappresentare un luogo di condivisione e un programma istituzionale comune?

La paura e la resistenza principale che i partiti devono superare è quella di sentirsi sopraffatti e superati dalla partecipazione dei cittadini. Le pratiche partecipative, tuttavia, non sono un sostituto della democrazia che oggi conosciamo, rappresentano piuttosto, come scrive Marianella Sclavi in Confronto Creativo, un upgrade di questa democrazia. Esse non devono essere né un metodo per creare consenso né una conta delle preferenze, piuttosto esprimono un modo per sperimentare, discutere o inventare nuove opzioni e soluzioni in vista dell’interesse pubblico e del Bene Comune. Può la nuova Sinistra farsi portatrice di questi valori? E la Destra?

Per farci noi portatori di queste istanze, dobbiamo lasciarci coinvolgere in quanto cittadini e affiancarci come nuova forza a enti, imprese e istituzione nell’agone pubblico. In molti nel nostro Paese (e oltre…) non si sentono più rappresentati da queste istituzioni e non vogliono più delegare le proprie scelte: per questo un nuovo e inaspettato protagonista si affaccia e chiede spazio, la Comunità Pubblica. Non tutti i cittadini, in realtà, sono disposti a mettersi in gioco avendo il timore (non del tutto infondato!) di essere manipolati, usati o peggio avendo il sospetto di perdere solo gran tempo. La disillusione verso le istituzioni pubbliche e la politica in Italia sono una seria causa di questo atteggiamento; tuttavia tale posizione non può essere accettata passivamente poiché indugia intorno a visioni disfattiste che finiscono per conservare il sistema vigente. Dobbiamo piuttosto agire come la goccia d’acqua che con calma, costanza e gentilezza dà forma al marmo, dobbiamo essere consapevoli che se vorremo fare i mugnai, gioco-forza, ci riempiremo di farina.

Altro tema posto da Iolanda Romano è l’esigenza di portare le istanze della partecipazione a livello istituzionale. Scrive l’autrice:

Molti paesi si sono dotati di strumenti anche normativi per favorire una cultura dell’ascolto, del dialogo e del confronto pubblico sulle scelte strategiche.

In effetti in Francia è già vigente una legge (la legge Barnier del 2 Febbraio 1995) che favorisce il confronto pubblico (débat public) quando si tratta della costruzione di grandi opere di interesse nazionale. Questa stessa legge, dopo la ratifica del 2002, permettere di incidere sia sui modi di realizzare le opere, sia nella scelta di realizzare o no l’opera in questione. Negli Stati Uniti è in uso il Public Consensus Building attraverso cui dei facilitatori aiutano a creare soluzioni condivise per esempio su temi ambientali e leggi federali; a Boston ha poi sede il Public Conversation Project che aiuta a mediare e costruire un discorso condiviso intorno a temi difficili del dibattito pubblico. Questo progetto rappresenta uno strumento fondamentale della democrazia americana se è vero che negli ultimi anni la stessa amministrazione Obama ha tenuto conto dei risultati di questi dibattiti per costruire la propria campagna elettorale e le linee programmatiche della propria azione politica e amministrativa. In Danimarca il governo utilizza la conferenza di consenso come strumento di aiuto alla decisione pubblica. In Italia invece non esistono ancora leggi o direttive nazionali a riguardo; in Toscana abbiamo la legge 69 del 2007 che promuove la partecipazione per le scelte del governo regionale e che sta avendo ultimamente molti bastoni tra le ruote.

Per finire voglio esprimere un punto trattato di passaggio dalla Romano su cui non concordo a pieno, il punto in cui esprime la propria posizione nei confronti della rete. Dice la Romano in dialogo con Zagrebelsky:

Alcune forze politiche puntano sempre più sulla semplificazione, ad esempio: “Ci troviamo sulla rete e decidiamo tutti insieme”. Il linguaggio della rete è semplice, veloce, approssimativo e soprattutto sintetico, il contrario della complessità. Se c’è la presunzione che sia tutto semplice, “basta che lo dicano i cittadini”, i problemi complessi restano insoluti.

Se è vero il principio che la complessità non ricerca vie facili e “populiste”, bisogna anche riconoscere come sia necessario dimostrare che la rete è molto più di una semplificazione della complessità, piuttosto è il luogo dove la complessità si mostra (e in questo senso si può anche nascondere), luogo in cui è necessario armarsi di conoscenza e competenza in vista di un allargamento della partecipazione anche a chi per motivi di luogo o tempo non può agire. Dovremo lavorare molto anche in questa direzione.

Della proliferazione iniziatica

Siamo all’inizio. Ti collochi in uno spazio plurale (siamo, infatti, noi), lo spazio pubblico della parola scritta ed esposta ai venti del mare aperto del web o del Far West. Navighi in ogni caso a bordo di quel mezzo d’incanto, la scrittura alfabetica, a cui sei formato, che hai incontrato a scuola e, ancora prima, nei cartelli e cartelloni delle città, nelle sovraimpressioni della televisione, nei sottotitoli dei racconti cinematografici, nei libri pieni di figure fantastiche dei bambini, nei giornali e infine – ma c’è fine solo perché siamo, come detto, all’inizio – nella vasta rete del web. Hai deciso dunque di prendere il mare, devi ricordarlo ad ogni passo cioè ad ogni inizio. Scrivo dunque queste lettere ora e ci incontriamo nella verità pubblica. Il mio inizio è dunque già pubblico e affidato alla Geografia alfabetica italiana (e dunque anche alla sua Uranografia) o alla rete telematica mondiale prima ancora, mi perdonino i logici, di essere mio. Ecco dunque un modo di iniziare ed ecco subito un altro paradosso: come posso parlare di modo di iniziare? Se è l’inizio, non si tratta di un modo ma del modo. Narcisisticamente si può essere sedotti dall’idea che il nostro modo di iniziare sia il modo. Non è questo il mio Narciso, però. Tantomeno il mio modo di inseguire l’inizio. Situazione di una attiva paralisi: l’inizio è plurale eppure anche mio. Non possiamo insomma che essere insieme ogni che volta iniziamo, non possiamo che essere soli ogni volta che cerchiamo. Iniziati e iniziatori.

I sampietrini apriranno le porte?

Ripropongo un articolo scritto per il blog Cuore di Milano a commento degli scontri del 14 Dicembre 2010 a Roma. 10 mesi dopo a Roma i sampietrini sono ancora sradicati.

E’ molto difficile oggi qui in Italia (ma non sono sicuro che nel resto del mondo vada meglio) farsi spazio tra la selva di pareri e commenti più o meno pilotati che caratterizzano la narrazione pubblica. Certo le voci sono molte, il che va a braccetto tanto con la democrazia quanto con un globo mondializzato e massiccio. Questa ricchezza corre però sempre il rischio di adagiarsi sulla scia di pochi produttori di pensiero rispetto a una lunga lista di passivi ripetitori. Quello che tento qui è dunque un pensiero che si faccia strada in questa selva e non giudichi se sia Dio a far nascere un fiore o la Natura stessa, gli basta il tentativo di far spazio alla enigmatica potenza del fiore che sboccia, ovvero allo stupore di fronte all’evento del mondo e delle sue pratiche. Fatta questa necessaria premessa, procedo. Oggi a Roma è accaduto un evento dal forte significato simbolico che illumina una nuova metamorfosi nel rapporto tra potere istituzionale, potere popolare e città. Un evento dicevo simbolico e dunque politico – poiché, è bene ricordarlo, la Politica stessa è un potere-simbolo, in Italia ad esempio dell’intelligenza democratica rappresentativa e, in generale, dell’umano stesso se, come scriveva Aristotele, l’uomo è politico per definizione: l’uomo fuori dalla città è o bestia o divinità – e per giunta artistico se considerato nella prospettiva delle immagini che ne hanno riprodotto gli sviluppi donando un senso comunitario e nuovo dell’accaduto. Un tipo di arte violenta e di pancia, forse un gesto inconsapevole ma nonostante tutto espressione di un’arte delle genti ricca e capace di rigenerarsi. L’evento dunque. Assistendo alle dirette di alcune web tv sulle manifestazione del 14 Dicembre a Roma sono stato trasportato dalle immagini in un intreccio di più livelli di realtà: il potere istituzionale dello stato e del suo apparato fisico e simbolico, il potere popolare di studenti, lavoratori e associazioni, il potere estetico delle immagini. La prima immagine che mi ha colpito per la sua lucida e fredda espressività è stata quella di Piazza del Popolo, una piazza in cui però al popolo è impedito l’accesso e dove era possibile scorgere qualche decina di poliziotti e altrettante camionette. L’immagine, ripresa da qualche colle antistante la piazza, mostrava il frapporsi tra l’osservatore e la polizia di un grande albero agghindato per il natale. Dalla piazza saliva il fumo nero e grigio di una camionetta della guardia di finanza e di alcune macchine in fiamme. All’orizzonte un sole stranamente tondo spariva in un tramonto impallidito dal fumo. Qualche minuto dopo, altre immagini indugiavano sulla pavimentazione della piazza: alcune chiazze nere mettevano in evidenza quali fossero state le armi utilizzate dai manifestanti. Ancora qualche immagine e un cronista spaventato ci conferma che i sampietrini che pavimentano Piazza del popolo sono stati presi dai manifestanti e gettati contro le forze dell’ordine. Ora, esulando da una declinazione partitica o giornalistica dell’evento, vorrei riflettere sulla portata estetica e simbolica di queste immagini. Piazza del popolo – piazza che deriva il suo nome dal boschetto di pioppi (populus) che stava a custodia della tomba di Nerone o forse dal fatto che papa Pasquale II (1099-1118) fece costruire li una cappella a spese del popolo romano che poi si trasformò nella basilica di Santa Maria del Popolo ancora oggi frequentata – trasformata in luogo di battaglia. Si dice che la cappella fossa stata costruita in seguito alla demolizione dei pioppi e della tomba neroniana. Ecco dunque che i simboli del potere migrano e una nuova forza costruisce la propria narrazione: da luogo che custodisce il riposo eterno dell’impero, la piazza si muta in centro di pellegrinaggio per il potere della chiesa che generosamente consacra al popolo il santuario. Oggi quella piazza viene assaltata da un popolo frustrato che non si fa scrupoli a smantellare ogni confine tra ragion di Stato e ragione del Popolo, confine tanto fisico (le famigerate zone rosse, errore strategico a mio avviso in ogni manifestazione in quanto spazi espliciti di esclusione) quanto, per così dire, ideale. Tante sono state le manifestazioni a cui ho assistito in questi ultimi 14 anni; la maggior parte sono state pacifiche e democratiche dimostrazioni di memoria o dissenso, alcune hanno dato adito a drammi per l’intera patria e oltre – come nel caso di Genova nel 2001 -, in altre lo sfogo dei manifestanti ha causato danni alle banche, simbolo della ricchezza legata al capitale mondiale, o al più sono stati incendiati o ribaltati cassonetti della spazzatura, nei casi più estremi macchine di civili o forze dell’ordine sono state aggredite, gesti tutti colpevoli da un punto di vista morale e civile (trovo che la violenza non possa che rappresentare l’ultima delle risorse, e dunque una disfatta per tutti se a essere violentata è anzitutto la legge comune); mai però avevo visto i manifestanti staccare pezzi del proprio territorio e gettarli addosso ai poliziotti, gesto simbolo di uno Stato che si consuma da se, a partire dalle proprie fondamenta, se come credo una piazza e la città con le sue geometrie e i suoi sensi esprime un modo tramite cui il potere politico mira a governare i cittadini e manifestare i propri simboli, espressioni della geografia politica. Ma che significa dunque che una parte del popolo si dirige più o meno consciamente verso lo smantellamento del proprio territorio? Le manifestazioni subiscono un’impennata violenta dopo la notizia della fiducia che i due rami del parlamento accordano al governo di Silvio Berlusconi contro gli umori della piazza; questo potente detonatore delle emozioni popolari muove i manifestanti verso un gesto più o meno consapevolmente simbolico: lo smantellamento del territorio a partire dalle fondamenta. Non importa qui la polemica partitica e giornalistica che mira a cercare i responsabili del gesto: infiltrati o studenti? Quel che è necessario registrare è il fatto che, più o meno tacitamente, questo gesto sia avvenuto di fronte a centinaia di persone per le strade della città, persone che non sono intervenute, avallando in qualche modo il gesto. Questa pericolosa deriva non è ascrivibile a responsabilità individuali ma va inserita nel contesto sociale e comunitario del momento, dove le responsabilità devono essere distribuite tra tutte le forze in campo. Se lo Stato vorrà rispondere a questa sfida seriamente è necessario che, nel cercare nuovi spazi di dialogo, esso accolga di questo evento tutti i significati comprese le istanze positive di cambiamento, il sentimento di orgoglio e amore che i cittadini esprimono per la propria identità chiedendo conto al proprio Stato delle politiche intraprese. Le fondamenta dello Stato, il terreno su cui poggiano le sue idee, sono i cittadini che animano gli edifici e le vie di paesi e città. Lo Stato deve assumersi la responsabilità di trasformare l’afflato distruttivo di questo gesto in un potere attivo, produttivo e fecondo. Provi dunque, con una risposta ostinata e contraria, a mostrare cura verso il patrimonio artistico, storico e culturale che l’Italia vanta, a partire proprio dalle città.

17 dicembre 2010

2011: la rivoluzione gentile (e la tecnica)

Nella lunga linea del tempo che misura la durata del racconto umano mondiale e configura geografie in perpetua metamorfosi, scegliamo di cominciare dalle rivolte delle popolazioni greche schiacciate dalla mondializzazione dell’economia e della politica, in Africa del Nord dove il popolo vuole divenire sovrano e così si muove. Il concatenamento del desiderio dall’Africa si sposta, seme di primavera, verso il Portogallo e la Spagna e qui la pianta cresce nelle piazze ricche di fiori, come a Barcellona o a Siviglia. L’Italia, il popolo sovrano, accoglie il nuovo seme e qui nasce una rivoluzione gentile, ricca di emozioni ma ordinata e sicura, tanto ampia da rivendicare un nuovo popolo e forse una Terza Repubblica.

Rivoluzione civile, rivoluzione della società civile si è detto; ma anche dei giovani e della rete. I popoli si coordinano in una vasta e multiforme rete informatica, veicolo del pensiero multiverso mondiale. C’era dunque da aspettarsela, forse, questa ondata di entusiasmo e desiderio popolare libero, questa rivolta, e certamente qualcuno ci aveva scommesso. Come nel caso dell’alfabeto, della stampa a caratteri mobili nel corso del ‘400 con a seguire la rivoluzione industriale e poi telematica e ancora dei trasporti nell’ ‘800, così nel caso della rete informatica mondiale, la tecnologia promuove silenziosa altri scenari, dipinge e veicola il nuovo spazio dell’uomo. La tecnica, lo sappiamo, non ha promosso solo scenari di pace e ad essa sono stati imputati i più gravi delitti nei confronti dell’umanità. Tuttavia, nelle mani del nuovo popolo e della nuova politica, essa si muta in una rivolta gentile, la rivolta gentile della tecnica, per dir così, che dispensa preziose strade verso una comunità mondiale ricca e desiderosa di dialogare, o come mi piace dire, conversare. E’ così che il processo di globalizzazione/mondializzazione, da una parte crea e conforma un paesaggio unico (facendo nascere in qualcuno il timore della omogeneizzazione mondiale da combattere nella ricerca di nuove identità chiuse), da un’altra produce atmosfere e luoghi ricchi e aperti, in cui le identità e le differenze dei singoli popoli, lungi dal confondersi le une nelle altre, delineano spazi di reciproco scambio in cui la consapevolezza della condizione dell’altro favorisce la distensione e lo scambio in vista di un fine a mio parere nobile: imparare ad abitare il Multiverso.

Guarda…

Restiamo umani dunque diventiamolo


Ascoltiamo dunque la voce del mondo, l’informazione. L’informazione istantanea del media. Istantanea perchè taglia in tempi stretti la distanza tra la comparsa di qualsiasi evento e l’arrivo dell’onda che ne deriva, proprio come una goccia d’acqua sulla superficie sottilissima del mare che separa molto instabile i mondi. Come la scia di una vibrazione, si aggiunge, che s’espande. Istantanea comunque quando impatta alla coscienza e si delinea. Istantanea come una fotografia che nella sua staticità muove l’immaginazione e si trasforma anche lei si espande nel ricordo o nel miraggio che figura, per qualcuno un “fantasma”. Il linguaggio dell’informazione istantanea dunque, con tutta la sua schiera di parole in codice e di potere, una letteratura giornalistica, con la sua narrazione, che si atteggia oggi a voce nostalgica della storia, letteratura tra le più agguerrite che pian piano sfida la maggiore, altra espressione della volontà di immortalare la vita e vivere in un presente espanso sul passato e sul futuro, palliativo di una sempre rimandata eternità. Ancora la vita e la morte, come in ogni storia che possa interessare la singolarità e quel che resta dell’uomo. Proprio di vita e morte si compone la geografia dell’informazione con la sua cronaca di catastrofi naturali o politiche, con la sua sessualità usata, costruita e in maniera funambolica sedotta lei stessa dall’esposizione pornografica mondiale e dunque anche lei alienata e resa incerta dal clero ai libertini. Vediamo, ascoltiamo e, si noti, parliamo di questi luoghi noi stessi. Come immaginare altrimenti  guerre di popoli a noi distanti, come comprendere le guerre civili del lavoro giornaliero, oceano mondiale i cui squali sono signori delle acque che  come animali sacrificali muoiono e lasciano una scia di disastri economici e finanziari. Dunque possiamo immaginare una letteratura mondiale il cui codice base è l’alfabeto stesso che qui leggiamo e la cui geografia tocca attributi generali e dunque condivisi, parlati e discussi da una enorme quantità di voci. Qui la questione della  ricerca e della creatività come fine che orienta verso la felicità. L’uomo di questa letteratura – una letteratura da intendersi non come una monade leibnizziana, piuttosto una monade aperta e ConFusa dunque impossibile da fermare in un’istantanea ma sempre, come ogni universo, in espansione e mutamento –  immerso in luoghi, suoni, pratiche e scritture mai prima ascoltate, esposto e messo in gioco nell’agone globale, è un uomo in cammino nella situazione di dover scegliere come orientarsi in questa arena. In questa GeoGrafia.

Nomade, viandante, pellegrino, marinaio, stanziale…orientamento nello spazio a misura d’uomo.

Si fa questione di misure e volumi infatti. Volume dei solidi e volume sonoro ma anche volume come un libro o un archivio di ricordi. O volume di un video sullo schermo e di queste parole. Che misurano dunque il proprio spazio, il far web.